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23/05/2024L’emorragia post parto per colpa medica si verifica quando la paziente che ha partorito non viene adeguatamente monitorata e trattata dai medici, con conseguenze che possono essere anche letali.
Un caso di emorragia post parto per colpa medica del ginecologo e dell’ostetrica è stato trattato dalla Corte di Cassazione Penale Sez. IV con la sentenza n. 13375/2023 che in seguito commentiamo.
Si tratta del caso di una donna che, a seguito di parto cesareo, non veniva adeguatamente assistita per emorragia post parto da atonia uterina, che è la causa più comune di emorragia e dipende da un'attività eccessiva dell'organo dovuta a travaglio prolungato, o a un parto troppo rapido (es. taglio cesareo eseguito d'urgenza o parto indotto) o a un parto distocico.
- Emorragia post partum da atonia uterina: possibili complicanze
- Possibili errori medici nel trattamento di EPP da atonia uterina
- Come si ottiene il risarcimento per danni post parto?
- Il caso trattato dalla Corte di Cassazione
- Le decisioni dei giudici di merito
- I medici ricorrono alla Corte di Cassazione
- Altri casi di errori del ginecologo
Emorragia post partum da atonia uterina: possibili complicanze
L'emorragia post-partum (EPP) rappresenta una delle principali cause di mortalità materna nel mondo.
Tra le sue cause più frequenti vi è la atonia uterina: una condizione in cui l'utero non riesce a contrarsi adeguatamente dopo il parto, determinando una perdita ematica eccessiva che, se non gestita tempestivamente, può avere conseguenze fatali.
L'utero, subito dopo il parto, dovrebbe contrarsi per ridurre l'afflusso sanguigno ai vasi placentari e prevenire un'emorragia significativa.
Tuttavia, in alcuni casi, il muscolo uterino rimane rilassato e non è in grado di svolgere questa funzione.
Le principali cause della atonia uterina includono:
1. Parto prolungato o precipitoso
2. Distensione eccessiva dell’utero (gravidanze gemellari, polidramnios, macrosomia fetale)
3. Uso eccessivo di ossitocina durante il travaglio
4. Anestesia generale
5. Infezioni uterine
6.Precedenti emorragie post-partum
Quando l’atonia uterina non è tempestivamente diagnosticata e trattata da parte dei medici che hanno in cura la puerpera, l'atonia uterina può causare:
1.Shock ipovolemico: una perdita di sangue massiva può determinare insufficienza d'organo e arresto cardiaco
2.Coagulopatie: la perdita ematica eccessiva può esaurire i fattori della coagulazione, causando una sindrome da coagulazione intravascolare disseminata (CID), peggiorando ulteriormente il quadro clinico.
3.Necrosi ischemica: la ridotta perfusione degli organi vitali, in particolare dei reni e del fegato, può portare a insufficienza multiorgano.
4.Isterectomia d’urgenza: in casi estremi, per salvare la vita della paziente, può rendersi necessaria la rimozione dell’utero, con conseguente perdita definitiva della capacità riproduttiva.
Possibili errori medici nel trattamento di EPP da atonia uterina
L'emorragia post-partum da atonia uterina è una complicanza che può essere prevenuta e gestita efficacemente con protocolli adeguati.
Tuttavia, errori medici possono aggravare la situazione e causare lesioni gravi o il decesso della paziente.
Alcuni degli errori più comuni includono:
1. Mancata diagnosi precoce dell’atonia uterina: il personale medico deve monitorare attentamente il tono uterino dopo il parto per intervenire tempestivamente.
2. Trattamento inadeguato o tardivo: l'uso di farmaci uterotonici (come ossitocina, misoprostolo o metilergometrina) deve essere tempestivo. Il mancato ricorso a procedure chirurgiche salvavita, come il tamponamento uterino o l'embolizzazione arteriosa, può risultare fatale.
3. Errata gestione della trasfusione di sangue: in caso di emorragia massiva, è fondamentale somministrare tempestivamente sangue ed emoderivati per evitare lo shock ipovolemico.
4. Negligenza nel monitoraggio post-partum: il controllo dei parametri vitali e delle perdite ematiche nelle prime ore dopo il parto è essenziale per prevenire il peggioramento della condizione.
Come si ottiene il risarcimento per danni post parto?
La paziente che ha subito lesioni a causa di una emorragia post parto non adeguatamente curata dai medici ha diritto al risarcimento dei danni, così come ne hanno diritto i familiari di una donna rimasta gravemente lesa o deceduta.
Il risarcimento dei danni da emorragia post partum può essere richiesto dopo aver ricevuto un parere da consulenti medici specialisti in ginecologia ed ostetricia, nonché in medicina legale.
Solo sulla base di una perizia medico legale si potrà poi dimostrare davanti al giudice che c’è stata colpa medica nella causazione dell’emorragia post partum da cui sono derivate lesioni o il decesso.
L’azione risarcitoria potrà essere portata avanti da avvocati esperti in malasanità come quelli di avvocaticollegati.it e dovrà essere effettuata entro 10 anni dal parto, per danni a favore della partoriente, o entro 5 anni per i danni a favore dei suoi familiari.
Affidando il tuo caso di malasanità per colpa di ginecologo e ostetrica ai nostri avvocati esperti in malasanità, avrai a disposizione anche consulenti medici esperti nel settore da più di venti anni.
Il caso trattato dalla Corte di Cassazione
In data 16/01/2012 una donna al nono mese di gravidanza si ricoverò presso una Casa di Cura per sottoporsi al programmato intervento di taglio cesareo e dare alla luce il suo quinto figlio.
L'operazione fu eseguita nella stessa giornata, con inizio alle ore 17:00 e termine alle ore 17:50, e fu condotta dal ginecologo medico di fiducia della donna.
Subito dopo l'intervento, intorno alle 18:00, e dopo un controllo soddisfacente dell'immediato post partum, la puerpera fu ricondotta nella stanza di degenza ordinaria, per trascorrervi la fase del puerperio.
In tale fase, secondo quanto riportato in cartella clinica, furono eseguiti un rilevamento della temperatura corporea e della pressione arteriosa alle 18:30 e un controllo del chirurgo operatore alle 20:00, con riscontro di condizione buone e di utero contratto.
Intorno alle 21:00, l'ostetrica allertava un medico interdivisionale della struttura sanitaria in quel momento di turno, per la verifica di un grave quadro di shock ipovolemico in atto.
Dopo pochi minuti fu avvisato anche il medico di guardia di ginecologia, il quale annotò in cartella i seguenti dati: dispnea, ipotensione, tachicardia, abbondanti perdite dai genitali esterni.
Dopo un'infruttuosa terapia farmacologica, intorno alle 22:15 venne praticata una laparotomia esplorativa e, poco dopo, una laparoisterectomia, con diagnosi di atonia uterina postcesareo.
Nel corso dell'intervento, tra le 23:20 e le 23:37, la donna ebbe un arresto cardiocircolatorio e, ripreso il ritmo cardiaco, venne trasportata in ospedale al reparto di rianimazione ove, tuttavia, decedeva in data 23/01/2012.
Le decisioni dei giudici di merito
All'esito dei giudizi di merito e delle consulenze espletate in primo grado, non è emerso alcun dubbio sulla causa della morte, concordemente ritenuta da ricondurre alla negativa evoluzione di una emorragia post partum da atonia uterina.
Parimenti, non oggetto di contestazione è stata la corretta esecuzione dei due interventi chirurgici: programmato taglio cesareo e intervento d'urgenza per la rimozione dell'utero. In tutte le consulenze tecniche in atti alcun rilievo è mosso ai chirurghi e ai loro assistenti, con riferimento all'esecuzione di tali interventi.
Le contestazioni mosse ai medici riguardano, invece, la gestione e il monitoraggio della fase iniziale del puerperio, ovvero delle prime ore immediatamente successive al parto.
Nell'imputazione, si rimprovera ai sanitari, nelle rispettive posizioni di garanzia, di non avere accuratamente monitorato le condizioni cliniche della paziente nelle prime ore dopo il parto e, in particolare, di non aver verificato alcuni parametri (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, contrazione dell'utero, livelli di emoglobina nel sangue) che avrebbero consentito una precoce diagnosi di atonia uterina e dell'emorragia post partum in corso e, in tal modo, di prevenire ed impedire la progressione della patologia nei termini infausti in cui si concluse.
I medici ricorrono alla Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione prende innanzitutto atto che il reato è prescritto ma che vanno comunque esaminati i ricorsi degli imputati agli effetti degli interessi civili.
Tanto premesso, il precipuo dato di fatto da cui partire nella trattazione dei ricorsi è rappresentato dalla circostanza che la persona offesa era una paziente ad elevato rischio di complicanze quali quelle che si sono poi verificate.
Le diverse consulenze tecniche (anche difensive), richiamate dai Giudici della cognizione, hanno invero evidenziato come la fase del post partum debba essere oggetto di attento monitoraggio da parte del personale sanitario, essendo tale attività di controllo precipuamente volta a rilevare, con tempestività, proprio i sintomi dell'emorragia post partum, causa principale di morte correlata alla gravidanza, responsabile del 30% di tutte le cause di morte materna; è infatti noto nella letteratura scientifica, nonché affermato da tutti i consulenti tecnici del presente procedimento, che il ritardo nell'intervenire, in caso di atonia uterina, porta, con estrema frequenza, al decesso della puerpera.
Nel caso di specie, proprio perché al quinto parto cesareo, la donna si trovava maggiormente esposta al rischio di atonia uterina e alla conseguente emorragia.
Attesa l'importanza del dato temporale rispetto al nesso causale e, in particolare, all'accertamento del momento in cui il corretto monitoraggio della paziente (attraverso il controllo della pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, gli esami ematochimici, la palpazione dell'addome) avrebbe consentito la precoce diagnosi della atonia ed un intervento tempestivo per fermare l'emorragia, i Giudici di merito, nell'individuare il momento di insorgenza dell'emorragia uterina, sono pervenuti ad affermare che, sebbene nell'immediato post operatorio non vi fosse stato un adeguato monitoraggio delle condizioni cliniche della paziente, in specie dei parametri vitali rilevanti in relazione alla più frequente delle complicazioni del puerperio, nondimeno non vi fossero elementi certi dai quali inferire che la condizione patologica si fosse manifestata e potesse essere verificata attraverso i controlli clinici prima delle 19:45-20.00.
Prima di tale segmento temporale, infatti, secondo lo stesso racconto della madre della puerpera, non si manifestarono sintomi evidenti di emorragia in atto: fino a quell'orario, ricorda il Giudice di primo grado, la madre descrive un quadro generale di malessere della figlia che non si discosta da quelle che sono le tipiche manifestazioni dolorose conseguenti ad un parto cesareo.
Al riguardo, i Giudici di merito hanno osservato che diversi elementi, richiamati dalla sentenza di primo grado, portano a ritenere che l'atonia uterina e la conseguente emorragia non abbiano avuto un'insorgenza immediata ed improvvisa, praticamente a ridosso delle 21:15, ma che la genesi della patologia, rivelatasi fatale, sia riconducibile ad un intervallo di tempo non successivo alle 20:00 - 20:15.
Proprio alla luce degli anzidetti elementi fattuali, l'obbligo di garanzia, facente capo ad entrambi gli imputati, è rappresentato da un dovere di diligenza più pregnante che, nel caso specifico, si traduceva, nel dare, all'esito dell'intervento chirurgico, specifiche direttive per il monitoraggio del post parto.
Il Collegio ritiene che la responsabilità del professionista ginecologo vada ricercata nella mancata consegna di istruzioni su un monitoraggio costante e scrupoloso che, se effettuato, avrebbe evitato l'esito infausto.
Il ginecologo, insomma, avrebbe dovuto assumere, secondo i condivisibili assunti dei Giudici di merito, l'iniziativa quantomeno di sollecitare il personale in servizio presso la clinica, per porre in essere una accurata attenzione e vigilanza nei confronti della puerpera.
In conclusione, deve affermarsi il principio secondo cui, in presenza di situazioni ad alto rischio, il medico, pur in mancanza di specifici segnali di allarme, è tenuto ad adottare tutte le cautele del caso e, in particolare, a disporre un attento regime di monitoraggio della paziente, nonché l'effettuazione ad opera del personale qualificato di tutti i necessari controlli, onde evitare eventi lesivi.
Venendo alla posizione dell’ostetrica, la sentenza di appello rimarca il ruolo spettante all'ostetrica nell'organigramma dei sanitari del settore ginecologico, trattandosi di figura infermieristica molto professionalizzata e specifica cui, pertanto, spetta, anche in autonomia, procedere al monitoraggio dei parametri vitali della puerpera.
Ha ricordato che, la sera degli accadimenti, l'imputata fu di turno fino alle 21:00 e che alle 20:30, nonostante le condizioni della paziente evolvessero in maniera critica, stanti il pallore e lo stato di agitazione, si limitò a somministrarle una bustina di zucchero.
Ma spettava proprio all'ostetrica monitorare, anche in autonomia, la situazione, per poi avvisare il medico in caso di necessità che ella da sola non avrebbe potuto fronteggiare.
La Corte di Cassazione rileva quindi che non c’ alcun dubbio che il ritardo nell'intervenire, addebitabile alla condotta colposa tenuta dal ginecologo e dell'ostetrica sia stata causa dell'evento.
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