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02/04/2025L’ipertensione arteriosa è la patologia clinica più diffusa in Italia e colpisce una persona su cinque.
Quando i medici che seguono un paziente affetto da ipertensione arteriosa commettono errori di diagnosi o cura, il paziente può riportare gravi conseguenze ed addirittura il decesso.
Quando il paziente riporta un peggioramento permanente delle proprie condizioni di salute per errori medici, può richiedere il risarcimento per malasanità.
Ma anche i familiari di un paziente vittima di errori medici nel trattamento della ipertensione arteriosa possono chiedere il risarcimento per lesione o perdita del rapporto parentale.
Continua a leggere questo articolo per saperne di più sulla ipertensione arteriosa e come possiamo aiutarti per ottenere il risarcimento in caso di malasanità.
- Ipertensione arteriosa: cos’è, sintomi, cure
- Possibili errori medici nella gestione dell'ipertensione
- Come chiedere il risarcimento per errori nel trattamento dell’ipertensione arteriosa
- Un caso giudiziario di risarcimento per errata cura di ipertensione
- Altri casi di malasanità diagnostica e di trattamento
Ipertensione arteriosa: cos’è, sintomi, cure
L'ipertensione arteriosa, conosciuta anche come pressione alta, è una condizione medica caratterizzata dall'aumento persistente dei valori pressori sanguigni nelle arterie.
Si parla di ipertensione quando la pressione arteriosa supera costantemente i 140/90 mmHg.
L'ipertensione arteriosa è spesso definita come "killer silenzioso" proprio perché può non presentare sintomi evidenti nelle sue fasi iniziali.
Tuttavia, alcuni pazienti possono sperimentare i seguenti sintomi:
• Mal di testa ricorrenti
• Vertigini
• Ronzii auricolari
• Disturbi della vista
• Dolore al petto o dispnea
Questi sintomi, se presenti, non devono essere sottovalutati, poiché l'ipertensione non trattata può portare a complicazioni gravi, come infarto cardiaco, ictus e danni renali.
La diagnosi dell’ipertensione arteriosa si basa sulla misurazione della pressione arteriosa effettuata dal medico, spesso ripetuta in più occasioni per confermare valori costantemente elevati.
Esami complementari, come ECG, ecocardiografia o analisi del sangue, possono essere utilizzati per individuare eventuali danni già presenti a carico degli organi.
Le cure per l'ipertensione includono:
• Cambiamenti nello stile di vita (dieta povera di sale, attività fisica, eliminazione del fumo)
• Terapia farmacologica specifica (ACE-inibitori, diuretici, calcio-antagonisti)
Possibili errori medici nella gestione dell'ipertensione
Gli errori medici in caso di ipertensione possono manifestarsi sia in fase diagnostica che terapeutica.
I principali errori medici nella gestione dell’ipertensione arteriosa includono:
• Diagnosi tardiva o errata
• Mancata prescrizione di esami diagnostici adeguati
• Terapie inappropriate o sottodosate
• Mancato monitoraggio periodico della pressione
Questi errori possono esporre il paziente a rischi significativi, come:
• Peggioramento delle condizioni cardiovascolari
• Incremento del rischio di ictus o infarto
• Insufficienza renale cronica
• Invalidità permanente o, nei casi più gravi, decesso
Quando un paziente rimane vittima di errori medici nella diagnosi o nel trattamento dell'ipertensione arteriosa, si può chiedere un risarcimento di tutti i danni subiti.
Il danno può riguardare la salute fisica, psicologica ed economica della persona colpita ed anche dei suoi familiari.
Come chiedere il risarcimento per errori nel trattamento dell’ipertensione arteriosa
Il paziente che ha subito un grave peggioramento di salute per errori medici commessi nel trattamento della ipertensione arteriosa, può chiedere un risarcimento entro 10 anni da quando si è accorto del caso di malasanità.
Quando un paziente rimane gravemente leso o morto per un caso di malasanità legato all'ipertensione arteriosa, dei familiari possono ottenere il risarcimento dei danni per lesione o perdita del rapporto parentale, con termine per la richiesta di risarcimento ridotto a 5 anni.
Una procedura giudiziale per ottenere il risarcimento dei danni per errato trattamento di ipertensione arteriosa può essere gestita solo da avvocati e consulenti medici che conoscono la materia della responsabilità civile medica.
Infatti, per ottenere risarcimento danni da malasanità, è innanzitutto necessario che il caso venga valutato da consulenti medici legali che, in base alla cartella clinica, possono individuare errori medici commessi nel trattamento dell'ipertensione e conseguenze dannose per il paziente.
Nel caso in cui i medici legali riconoscono errori medici e conseguenze dannose per il paziente, gli avvocati potranno agire nei confronti dell'ospedale o della clinica dove sono avvenuti gli errori medici per chiedere il risarcimento.
I nostri avvocati possono seguire il tuo caso di risarcimento per errato trattamento dell'ipertensione arteriosa tramite le seguenti fasi:
- invio di formale richiesta risarcitoria, all'ospedale o alla clinica dove è avvenuto il caso di malasanità
- trattative stragiudiziali con la controparte per un possibile accordo risarcitorio in tempi rapidi
- mediazione o perizia medico legale, come condizioni di procedibilità per una eventuale causa in caso di mancato accordo
- eventuale causa civile, nel caso in cui la perizia medico legale abbia riconosciuto il caso di malasanità.
Affidandoti al nostro gruppo di avvocati e consulenti medici legali, avrai a disposizione professionisti che si occupano di risarcimento danni da malasanità da più di 20 anni in tutta Italia.
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Un caso giudiziario di risarcimento per errata cura di ipertensione
Riportiamo uno dei tanti casi di malasanità per errato approfondimento diagnostico di ipertensione arteriosa, con conseguente risarcimento danni.
È il caso trattato dalla Corte di Cassazione Penale Sez. IV con sentenza n. 15786/2022, di cui riportiamo i passi salienti.
La Corte di appello di Campobasso, in riforma della sentenza di assoluzione del Tribunale di Larino nei confronti di due medici, li ha condannati, in solido tra loro, al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile.
Gli imputati erano stati chiamati a rispondere del reato di cui agli artt. 113 e 589 c.p. perché, con condotta colposa, per imprudenza, negligenza e imperizia, cagionavano la morte di un paziente, avvenuta per "Insufficienza cardio circolatoria in soggetto sottoposto ad intervento di riparazione aortica a cielo aperto per rottura di aneurisma dell'aorta addominale”.
In particolare, il primo, nella qualità di medico in servizio presso il Pronto Soccorso, e la seconda nella qualità di cardiologa, non si attenevano, nello svolgimento della propria attività, alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica; omettevano di effettuare una corretta diagnosi e una corretta valutazione del quadro clinico manifestatosi in relazione alla sintomatologia accusata dal paziente sul lato sinistro dell'addome ("Dolore addominale in ipocondrio lato sinistro"), in occasione del primo accesso, paziente che veniva dimesso con la diagnosi di "Ipertensione arteriosa", senza effettuare un ulteriore approfondimento diagnostico idoneo a rilevare la presenza di un aneurisma letale (situazione poi correttamente accertata in occasione del secondo accesso, la quale ha comportato la necessità di un trasferimento di urgenza presso altro Ospedale.
Nell'editto accusatorio veniva altresì evidenziato che le condotte omissive sopra descritte, laddove adeguatamente tenute, avrebbero determinato una corretta diagnosi ed evitato l'evento morte, così come verificatosi, ovvero determinato un evento morte diverso o comunque differito nel tempo.
Il Giudice di primo grado aveva condiviso le conclusioni cui erano pervenuti i periti i quali, nell'affermare la correttezza della condotta dei sanitari che ebbero in cura il paziente nel secondo Ospedale e fino al decesso, concludevano come segue: la morte era attribuibile ad insufficienza cardiocircolatoria in soggetto sottoposto ad intervento di riparazione aortica a cielo aperto per rottura di aneurisma dell'aorta addominale, affetto da ipertensione arteriosa, miocardiosclerosi e portatore di bioprotesi valvolare aortica; i sanitari che ebbero in cura il paziente in precedenza, nello svolgimento della propria attività non si attennero alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, omettendo l'esecuzione di un esame obiettivo completo e di approfondimenti diagnostici indispensabili al raggiungimento di una corretta diagnosi; non era possibile assumere, con ragionevole certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, che una diagnosi correttamente impostata al momento del primo ricovero, e un eventuale trattamento chirurgico in elezione, avrebbero evitato, ogni oltre ragionevole dubbio, il decesso del paziente.
Pur riconoscendo l'errore diagnostico, la pronuncia assolutoria motivava rimarcando l'impossibilità di discostarsi dai risultati raggiunti dai periti se non con argomentazioni idonee a scardinare le loro conclusioni, che apparendo logiche e coerenti con il quadro clinico del paziente, non potevano essere poste in dubbio nemmeno dai consulenti delle difese.
La Corte di Appello, nell'affermare la responsabilità degli imputati per i fatti in rubrica, sottolineava in primo luogo come non fosse mai stato messo in discussione dai periti l'evidente errore diagnostico compiuto dagli imputati nella superficiale diagnosi effettuata, tanto che anche il Tribunale ne aveva pacificamente dato atto, avendo i sanitari omesso sia l'esame obiettivo con palpazione sia ogni altro esame diagnostico, pur a fronte di un'osservazione del paziente che richiedeva un approfondimento; considerava che - in base ai differenti tassi di mortalità in caso di intervento di riparazione di aneurisma intatto ovvero per un'operazione non in elezione, e cioè per libera scelta diagnostica, ma anche con aneurisma rotto, come nel caso di specie - la percentuale di riuscita dell'intervento di riparazione dell'aneurisma in elezione avrebbe sfiorato il 60%; riteneva dunque del tutto contraddittorie e comunque riguardanti una questione strettamente giuridica sulla quale i periti non dovevano pronunciarsi (non avendone le specifiche competenze) le conclusioni nelle quali si richiamava da parte degli esperti il principio di diritto "dell'oltre ogni ragionevole dubbio". Aveva dunque errato il primo giudice laddove aveva pedissequamente riproposto in sentenza le conclusioni dei periti del Gip senza criticamente vagliarle.
Per la Corte d’Appello era ragionevole inferire che l'evento morte avrebbe avuto diverse modalità di verifica e differenti e più estesi tempi di sopravvivenza, qualora i due medici odierni imputati avessero praticato una corretta diagnosi come pacificamente emerso dall'intera istruzione dibattimentale svolta.
La correttezza della diagnosi - prosegue la Corte di merito - avrebbe infatti avuto un elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica di salvare la vita del paziente, ovvero anche solo di ritardare l'evento morte e limitare le conseguenze dannose della patologia, il che equivale a dire che tra l'errore diagnostico commesso e l'evento morte sussiste un chiaro nesso di causalità sotto il profilo giuridico, prima ancora che fattuale.
Avverso la sentenza di appello i medici imputati hanno fatto ricorso alla Corte di Cassazione che, tuttavia, con la sentenza suddetta ha dichiarato tali ricorsi inammissibili ed ha confermato la loro condanna.
Altri casi di malasanità diagnostica e di trattamento
- Decesso da errato intervento di plastica della valvola mitrale
- Aneurisma dell’aorta non diagnosticato e morte del paziente: risarciti i familiari
- Impianto di pacemaker e decesso del paziente
- Casi di responsabilità civile del cardiologo
- Sostituzione della valvola mitrale e decesso del paziente
- [ Video ]Avvocato per malasanità: i principali errori medici per cui si può chiedere il risarcimento
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