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Disorganizzazione dell’ospedale e danni al paziente
21/03/2024L’impianto di un pacemaker con decesso del paziente può derivare da più cause, e se la causa consiste in un errore medico, allora siamo di fronte a un tipico caso di malasanità che da diritto al risarcimento danni a favore dei familiari del paziente morto.
L’impianto di pacemaker viene effettuato da specialisti in cardiochirurgia, ma ci sono anche altri medici che assistono prima, durante o dopo l’intervento e che possono commettere errori da cui deriva il decesso del paziente.
Un caso di impianto di pacemaker da cui è derivato il decesso del paziente è stato recentemente trattato dal Tribunale di Benevento con la sentenza n. 153/2023 che commentiamo con i paragrafi che seguono.
L’intervento richiede anche terapia farmacologica
Il caso trattato dal Tribunale di Benevento è stato sollevato dai familiari di un paziente morto dopo complicanze nell’esecuzione di un intervento di impianto di pacemaker.
Al paziente veniva inizialmente installato un pacemaker temporaneo che veniva poi riposizionato perché il paziente era agitato e non rispettava l'immobilizzazione, tanto che per calmarlo gli veniva somministrato un farmaco anestetico-sedativo in infusione.
Il giorno successivo, poiché il paziente era in acidosi respiratoria, veniva sottoposto ad intervento chirurgico per impianto di pacemaker definitivo, nel corso del quale si verificava un episodio di vomito caffeiano, dopodiché il paziente presentava una grave insufficienza respiratoria decedeva.
Secondo i familiari il decesso del congiunto era ascrivibile ai sanitari che somministravano il Diprivan, un farmaco sedativo anestetico ipnotico, senza monitorare l'insorgenza di possibili effetti collaterali, omettendo di effettuare i dovuti accertamenti diagnostici volti ad individuare le cause del suddetto vomito manifestatosi dopo l'impianto del pacemaker definitivo.
E’ necessario il monitoraggio degli effetti farmacologici
In corso di causa è stata svolta una perizia medico legale che ripercorre il caso come segue.
Per trattare il quadro di agitazione psico-motoria del paziente, veniva intrapresa una terapia con un farmaco anestetico-sedativo (Diprivan) in infusione continua associata ad ossigeno-terapia.
Tale terapia farmacologica richiede un monitoraggio assiduo, clinico e strumentale, del paziente per escludere che si verifichi una eccessiva depressione dell'attività respiratoria o un vero e proprio arresto respiratorio; tale monitoraggio non risulta dai dati presenti in cartella clinica.
Il primo controllo emogasanalitico veniva infatti effettuato a più di 9 ore dall'inizio dell'infusione del farmaco anestetico, e documenta un quadro di grave ipercapnia con acidosi respiratoria compatibile con una condizione di grave ipoventilazione, favorita verosimilmente dalla depressione respiratoria indotta dal farmaco e dall'iperossigenazione del paziente.
La probabilità dello sviluppo di una tale grave condizione clinica sarebbe stata sicuramente ridotta se il paziente fosse stato sottoposto ad un assiduo controllo clinico-strumentale atto a verificare tempestivamente alterazioni della funzione respiratoria indotte dal farmaco anestetico sedativo.
Pertanto, seppur gli interventi per l'impianto di pacemaker temporaneo prima e definitivo poi, risultano essere stati eseguiti a regola d'arte, come evidenziato dal CTU, lo stesso precisa che per ciò che concerne poi la gestione dello stato di agitazione psico-motoria del paziente mediante farmaco anestetico-sedativo (Diprivan) si ravvisa imprudenza, imperizia e negligenza da parte dei Sanitari.
La condizione di arresto cardiaco in dissociazione elettromeccanica, pur non escludendosi che possa essere secondario ad una ipovolemia marcata (shock ipovolemico emorragico) causata dall'evento emorragico (ematemesi), è verosimilmente un esito del grave e protratto quadro di acidosi respiratoria che con elevata probabilità è stato verosimilmente favorito dalla somministrazione prolungata del farmaco anestetico in assenza di adeguato monitoraggio.
Il Tribunale riconosce il risarcimento ai familiari
Il Tribunale condivide le conclusioni della perizia medico legale per cui è stata posta in essere una condotta negligente da parte dei sanitari che avrebbero contribuito al decesso del paziente in assenza di un adeguato monitoraggio a seguito della somministrazione del farmaco.
Ritenuta dunque provata l'esistenza di un nesso di causalità materiale tra la condotta dell'azienda ospedaliera ed il decesso del paziente, il Tribunale riconosce ai familiari il risarcimento danni da perdita del rapporto parentale.
Il danno da perdita del rapporto parentale consiste nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell'irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull'affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti.
Il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale viene liquidato in base alle tabelle del Tribunale di Milano in 250mila euro alla moglie e tra 190mila e 200mila alle figlie.
Avvocati per risarcimento danni da errori medici
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Se i nostri consulenti troveranno un errore nell’intervento al cuore potremo fare una denuncia del caso all’ospedale e ai medici che hanno commesso l’errore, e i familiari del paziente morto potranno ottenere il risarcimento dei danni da perdita del rapporto parentale.
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